📍 EDITORIALI

Morire in lista d'attesa

Quando la salute diventa un lusso, la rinuncia è l'unica cura che ci resta

Di Redazione – 15 December 2025

C'è una parola che ormai gli italiani hanno imparato a pronunciare sottovoce, quasi fosse una colpa: rinuncia. Rinunciano a curarsi, a prenotare esami, a cercare uno specialista. Rinunciano non perché stanno bene, ma perché lo Stato — quello che dovrebbe garantire il diritto più semplice e fondamentale — ci ha lasciati soli.

Questo non è più un problema sanitario: è un fallimento sociale. E ciò che ne deriva ha un nome preciso: povertà sanitaria. Una povertà che non riempie i telegiornali, non occupa i talk show, ma si allarga come una crepa sotto i piedi di un Paese che finge di non vederla.

Le liste d'attesa non sono più un disservizio: sono un ostacolo deliberato. Una mammografia a 18 mesi, una risonanza a un anno, visite specialistiche che arrivano fuori tempo massimo, quando ormai la diagnosi è diventata una scommessa.

E il messaggio è chiaro: Se vuoi essere curato in tempo, paga.

È qui che entra in scena il nuovo padrone della salute italiana: il privato low cost. Cliniche come supermercati, esami come prodotti a scaffale, sconti stagionali sulla salute. E la trasformazione è compiuta: una sanità a due corsie. Chi ha soldi va da una parte, chi non ne ha si arrangia, aspetta, si aggrava.

Uno Stato che ti invita a comprare ciò che dovrebbe garantirti gratuitamente è uno Stato che ha già abdicato al suo ruolo.

Nel frattempo assistiamo al funerale — silenzioso e senza corteo — dei medici di base. Migliaia in pensione, pochissimi a sostituirli, interi quartieri e paesi senza un riferimento. E quando c'è, spesso è un medico costretto a lavorare come una catena di montaggio: cinque minuti a paziente, zero visite domiciliari, zero tempo per ascoltare, zero relazione.

Il confronto con il medico condotto è impietoso. Un tempo il medico condotto era una figura sociale, un presidio umano. Oggi il medico di base è trasformato in un distributore di ricette, schiacciato da norme, burocrazie, linee guida, premi aziendali, relazioni con informatori scientifici e agende impossibili.

Il paradosso? La medicina ha più tecnologia, ma meno cura. Più farmaci, ma meno attenzione. Più protocolli, ma meno umanità.

E mentre il territorio crolla, tutto finisce in pronto soccorso. Reparti trasformati in zone di guerra, medici e infermieri insultati, aggrediti, minacciati da cittadini esasperati che cercano risposte dove risposte non ce ne sono.

Quando un ospedale italiano ha bisogno di un presidio di polizia più che di un turno aggiuntivo di medici, significa che il sistema non è in crisi: è fallito.

La violenza non nasce dall'inciviltà: nasce dalla disperazione. Dalla percezione che la sanità sia diventata una lotteria. Dalla sensazione che, nel momento più fragile della tua vita, non ci sia nessuno che ti ascolti.

Chiami la guardia medica? Risponde quando può. Vai in ambulatorio? Non c'è posto. Cerchi un medico che venga a casa? Non esiste più. Pronto soccorso? Prepara la tenda da campeggio.

Gli italiani stanno imparando che ammalarsi non conviene. Che il diritto alla salute vale solo se non hai troppo bisogno di esercitarlo.

Non è un problema di soldi, o almeno non solo. La verità è che la sanità non è un tema tecnico: è il termometro reale di un Paese. E oggi quel termometro segna febbre alta. Da anni.

Possiamo continuare a discutere di riforme mai attuate, tavoli tecnici mai conclusi, piani strategici che restano sulla carta. Possiamo continuare a dare la colpa a chi c'era prima, o a chi verrà dopo. È il giochino preferito da chi non vive nella corsia, nella sala d'attesa, nella paura del referto che non arriva, non vive la vita quotidiana di un cittadino normale, di un pensionato che non ha soldi per curarsi.

Ma nel frattempo c'è un fatto semplice, brutale, politico nel senso più nobile del termine: un Paese che non garantisce cure ai suoi cittadini non è un Paese moderno, non è un Paese giusto, non è un Paese che guarda al futuro….. Non è un paese CIVILE.

La salute non è un costo: è la base della dignità. Se la togli, togli tutto: il lavoro, la famiglia, la speranza, la libertà stessa.

E allora serve dirlo senza giri di parole: non possiamo più permetterci una sanità che crea disuguaglianze invece di ridurle, che produce rassegnazione invece di fiducia, che trasforma il diritto alla cura in un premio a chi può pagare.

Non servono slogan. Servono scelte. Scelte coraggiose, umane, lungimiranti.

Perché la vera domanda non è 'quanto costa riparare il sistema?'. La domanda vera, spaventosa, politica fino all'osso è un'altra: Quanto ci costerà continuare a non farlo?

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