Sei mesi. Poi altri sei. Poi ancora. Ormai il contratto a termine non è più "un periodo", è diventato un modo di tenerti appeso. E il tempo indeterminato? Un miraggio, un premio fedeltà, quasi un privilegio per pochi fortunati.
La precarietà non è solo un problema di lavoro: è un problema di vita. Perché se non sai dove sei tra sei mesi, non fai progetti: non compri casa, non fai figli, non investi in formazione vera, non ti curi come dovresti, rimandi tutto. Non vivi: sopravvivi. E intanto ti chiedono entusiasmo, disponibilità, flessibilità… sempre a senso unico.
Io capisco benissimo che un datore di lavoro voglia capire chi ha davanti. Ci sta. Ma diciamolo: un periodo di prova ha un senso se è un periodo di prova. Quattro mesi bastano e avanzano per capire se una persona lavora o se non ha voglia di fare niente. Dopo, continuare a rinnovare contratti a termine non è "prudenza": è convenienza. È un sistema per non assumersi responsabilità, per poter dire "ciao" quando vuoi, per tenere la gente docile.
E la cosa più assurda è che viene pure normalizzata: come se fosse naturale vivere sempre con la valigia pronta, come se chiedere stabilità fosse una pretesa. Ma la stabilità non è un capriccio: è la base minima per costruire una vita normale.
Il punto, per me, è semplice e anche un po' brutale: se dopo mesi e mesi ti vogliono ancora a termine, spesso non è perché non si fidano di te… è perché non vogliono legarsi a nessuno. Vogliono il lavoro "da indeterminato" pagato e trattato "da precario". E finché questa roba passa per "modernità", non venite a raccontare che i giovani sono schizzinosi: sono spremuti, tenuti appesi e poi pure colpevolizzati. Non è che rifiutano il lavoro: rifiutano di farsi consumare la vita senza nessuna prospettiva.
Infatti il punto è proprio quello. Senza prospettiva non puoi mai dire "ok, finalmente ho un lavoro". Dici solo: "per ora lavoro". Che è un'altra cosa, e ti cambia la testa.
Vivi sempre in sospeso: non firmi un affitto tranquillo, non pensi a una casa, non fai progetti seri, non ti concedi neanche la serenità di organizzare la vita. Perché sai che basta una firma mancata e ti ritrovi punto e a capo. E questo logora: non è solo precarietà economica, è precarietà mentale.
E la beffa è che spesso ti chiedono lo stesso impegno di uno stabile: responsabilità, orari, disponibilità, "spirito di squadra". Però senza darti in cambio la cosa più semplice e più umana: la sicurezza di poter costruire qualcosa. Non puoi mettere radici se ogni sei mesi ti tagliano le gambe.
Alla fine ti viene spontaneo pensare: non sto costruendo una carriera, sto solo galleggiando. E un Paese che costringe la gente a galleggiare non può stupirsi se poi nessuno riesce a "mettere su futuro".
"L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro… forse."
Bellissimo. Peccato che oggi sembra fondata più sui rinnovi, sulle scadenze, sui "poi vediamo", e su gente trattata come un app da aggiornare ogni sei mesi.